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Tutto cominciò col ritrovamento del cadavere.

Una ragazza. In un luogo non consueto, cioè dentro il confessionale dell’unica chiesa del piccolo paese in provincia di Palermo.

Il corpo della povera giovinetta era stato scoperto dal parroco della chiesa di San Matteo, padre Pino. Ninetta, la donna più anziana e devota del paese gli aveva chiesto se potesse confessarla subito perché aveva un peccato fresco fresco di giornata e si voleva levare di corsa il pensiero. Padre Pino si era svegliato da poco e aveva consumato solo il caffè, aspettava la perpetua che gli venisse a preparare la colazione, poi il suono del campanello l’aveva scosso e aveva risposto al citofono, non poteva essere la signora Pia, la perpetua, lei possedeva le chiavi della sacrestia, quindi sentì chi era che aveva bisogno di lui alle sei del mattino. La signora Ninetta, da quando gli era morto il marito, non aveva altro da fare che star a pregare e a confessarsi per un nonnulla.

Pazientemente, il prete scese le scale e aprì il portone della piccola chiesa annessa alla sacrestia, non tutto, ma soltanto quella porticina a misura di uomo che i portoni spesso contengono in se stessi, e disse alla signora Ninetta di aspettare che accendesse le luci. Si trascinò verso l’altare. Il suo sguardo fu attirato da un vistoso particolare che lo fece girare istintivamente dal lato del confessionale: c’era una scarpa rossa che penzolava fuori dalla tenda. In un primo momento, pensò che a qualcuno dei fedeli fosse caduto quel sandalo, andò per prenderlo nella penombra ma all’atto di afferrarlo si rese conto che c’era anche un piede ad accompagnare quella calzatura, si spaventò e andò subito all’interruttore per accendere una confortante luce. Tornò lì e vide che la signora Ninetta si stava già inginocchiando pronta per essere confessata: la prese per un braccio e la condusse alla porta dicendole che forse era successo qualcosa di grave all’interno della chiesa e la pregava di aspettare fuori, questo per non impressionarla, ma la signora Ninetta era curiosa assai e quando il prete si precipitò verso il gabbiotto di legno del confessionale per scostare la tendina, lei, quatta quatta, lo seguì. In punta di piedi.

La rappresentazione, atroce, che si presentò agli occhi di padre Pino fu quella di una ragazza che conosceva, seduta nel piccolo scranno ove si sedeva per le confessioni; nuda ma con quei sandali rossi ai piedi ormai smunti. Aveva l’addome aperto; i seni asportati e in bocca un pene di gomma. Richiuse di scatto la tenda e scantonò a chiamare i carabinieri nella vicinissima caserma, dimenticando la presenza della parrocchiana mattiniera. La signora Ninetta, mentre il prete usciva, si avvicinava e scostava anche lei la tenda, tanta era la curiosità di vedere chi c’era lì dentro. Quando, dopo una infinità di ghiacciati secondi, comprese che era Rosetta, la figlia diciassettenne della sua vicina di casa, cominciò a gridare e scappò anche lei, avendo cura di chiudere il portone della chiesa, a dare la notizia a tutto il paese.

In effetti, tre anni prima quel lutto aveva occupato le prime pagine dei giornali, non solo sulle testate siciliane, ma anche su quelle nazionali. La bimba, di soli 11 anni, fu trovata da un cacciatore, anzi, dal cane  che lo seguiva passo passo. Rosalia, questo il nome della sventurata, era nascosta in mezzo ad un bosco, dietro una siepe e solo il fiuto fine di un segugio poteva trovarla.

Il cacciatore diede subito l’allarme avendo riconosciuto nella bimba la figlia minore del sindaco. Rosalia era nuda e circondata da una pozza di sangue.

Non si trovò il colpevole dell’atroce delitto. La bimba era stata violentata, uccisa con una serie di coltelli e poi buttata dietro quella siepe come una bambola di stracci.

Il padre e i familiari non si davano pace.

Adesso, dopo tre anni dal delitto, la sorella di Rosalia, Santina, era a casa circondata da una miriade di persone fra parrucchieri, estetiste, sarte, truccatrici, tutti occupati nel loro lavoro per renderla una sposa bellissima.

Santina ancora non credeva al sogno che stava vivendo. Da quando sua sorella era morta casa sua era diventata un mortorio e lei non osava più dire in famiglia che prima del lutto improvviso erano stati avviati i preparativi delle sue nozze. Così erano passati altri due anni senza che si riparlasse del suo matrimonio con Antonio. Certe volte lei pensava che il fidanzato si fosse stufato di aspettare.

Un giorno per forza di cose e preso il giusto coraggio esternò al padre le sue perplessità riguardo all’interruzione dei preparativi del suo agognato matrimonio. Il padre, si convinse che la vita doveva continuare nonostante la disgrazia toccata in sorte alla loro famiglia. Si decise così una data e qualcosa cambiò all’interno dell’ambiente familiare, sembrava essersi creato un clima di festa. Non era esattamente così, si era solo accantonato momentaneamente il pensiero di Rosalia e della sua morte orrenda.

La prima volta che la vidi il mio cuore scappò via, il marpione correva così forte che quasi mi aspettavo di vederlo scoppiare come un palloncino troppo gonfio; immaginavo, da un momento all’altro, che un bambino dispettoso con un oggetto appuntito in mano fosse pronto a far esplodere con un gran boato quel palloncino. Comunque sarei morta felice perché avevo visto la donna più bella del creato, la prima donna: Eva.

Avevo chiesto a Riccardo di presentarmela. Lui aveva notato il bagliore nei miei occhi, mi conosceva e sapeva già che avrei fatto pazzie per quella donna. Ne fu contento perché conosceva la mia storia. Man mano che ci avvicinavamo a lei, sentivo che le mie gambe potevano cedere da un minuto all’altro, quanta emozione può causare un incontro.

Riccardo fece le presentazioni di rito, stavo per porgerle la mano sudata dall’emozione quando vidi Angela che stava correndo verso me. Per un momento mi scordai di Eva e andai a salutare la mia amica reduce da un intervento al seno, le avevano asportato entrambe le mammelle e lei si era sentita una pianta secca, ma poi si era abituata alla nuova condizione ed era ritornata nel mondo degli esseri viventi. Ero felice di vederla e le feci un sacco di complimenti. Restammo a parlare per circa cinque minuti ma con la coda dell’occhio seguii Eva. Avevo notato che c’era rimasta male prima, ma avevo le mani troppo sudate, dovevo scaricare la tensione e Angela, come un angelo, era venuta in mio aiuto. Con la mia amica ci ripromettemmo di non perderci più di vista, poi lei si dileguò fra la folla. Ritornai da Eva, stavolta ero più calma, e le chiesi scusa. Lei, piccata, mi disse:

«Scusa per cosa?».

Scusa perché sei la donna più bella del mondo. Scusa perché mi sono sentita una bimba piccola al suo primo giro di giostra. Scusa perché vorrei dirti tante cose ma ho la lingua bloccata. Scusa perché mi sento morire al pensiero che forse non ti rivedrò più! Chiaramente tutto questo lo pensai nella mia testa e mentre decidevo cosa risponderle, lei vide un amico e andò verso di lui ignorandomi per il resto della serata. Quella notte avevo percorso a piedi tutta la strada fino a casa, dove vivevo con i miei genitori, a chilometri di distanza, senza quasi fare caso a quanto fosse lontano, tanto ero turbata da quel nostro primo incontro.

C’era una volta, in un tempo non precisato, un uomo e una donna, i loro nomi erano Adamo ed Eva. La coppia viveva in campagna, possedevano un appezzamento di terra di circa due ettari. Il terreno era arato e coltivato con tutti i generi di frutta e verdura e la particolarità di quella tenuta era che lì  il tempo si era fermato, infatti in quell’area era sempre primavera. Si potevano vedere gli alberi sempre in fiore e poi in poco tempo dare i loro meravigliosi frutti. In quella casa non c’era corrente elettrica, nessuna radio o tivù e neppure internet. Qualsiasi orologio si indossasse o si appendesse in cucina o sulla parete del salotto buono non funzionava, le lancette cominciavano a girare come impazzite.

I coniugi avevano due figli che per ironia avevano chiamato Caino e Abele: i ragazzi aiutavano il padre nel lavoro duro della terra. La famiglia si cibava dei prodotti del proprio lavoro. Non mancavano gli animali da cortile ma anche qualche animale esotico.

Voi penserete che essi abitavano in Paradiso e che io sto descrivendo i primi abitanti della terra. Vi posso assicurare che non è frutto della mia fantasia, bensì una storia vera quella che mi appresto a raccontarvi. Adamo, prima di decidere di andare a vivere in quella terra, era un comune cittadino cresciuto fra i vicoli del quartiere Capo di Palermo. La madre gli aveva appioppato quel nome per via di un cantante in voga ai tempi in cui lui nacque, di cui lei era una fan sfegatata. Un po’ come succede adesso che si mettono ai figli nomi di cantanti, attori o  protagonisti di telenovele.

Adamo crebbe fra scippi ai turisti, sciarre fra bande, smercio di droga, ma lui restò fuori da quella mentalità mafiosa e si impegnò nello studio, sfatando il cliché che voleva che chi crescesse in quel quartiere doveva essere, per forza di cose, delinquente. Invece in quella zona c’era tanta bella gente seria e onesta e la sua famiglia  ne era un esempio.

Famiglia numerosa

Certo tenere a bada cinque figli non era mica facile; figli?  Quando mai! Chiddi eranu peggiu ri diavuluna! Dal momento del loro risveglio fino a sera, quando andavano a letto, rigorosamente dopo il Carosello, non facevano altro che saltellare, litigare, gridare. Mai un momento di pace per Maria, madre fin troppo paziente. Lei cercava di essere una brava moglie e madre, d’altronde le sua mansioni le conosceva fin troppo bene, dato che proveniva da una famiglia altrettanto numerosa; quello che aveva fatto sua madre, adesso le era toccato in sorte: tenere pulita la casa, cucinare, stirare, rammendare e per ultimo, ma non meno importante, cercare sempre di sedare gli animi turbolenti dei figli. Poi, la sera, i suoi compiti continuavano con il dare piacere al marito; chiudeva la loro stanza a chiave, poteva sempre capitare che qualcuno dei monelli si svegliasse con un mal di pancia oppure perché uno di loro aveva fatto un brutto sogno. A dire il vero, il suo ultimo dovere era quello che le pesava più di tutti gli altri messi assieme, perché doveva fingere un piacere che non aveva mai provato. E se qualcuno le avesse chiesto se aveva mai provato un orgasmo, primo, non sapeva nemmeno cosa volesse significare quella strana parola e poi sua madre le aveva detto di compiacere sempre il marito, perché in caso contrario lui l’avrebbe cornificata. In fondo non sarebbero state le corna la sua preoccupazione, quanto il pericolo che lui la lasciasse per qualche altra donna più disponibile, lasciandola sola con i suoi figli. No, Maria non poteva permetterglielo, così si era confidata con un’amica che le aveva consigliato una crema da mettere prima del rapporto, perché il guaio era proprio quello, la mancanza di lubrificazione. Comunque grazie all’amica aveva risolto almeno quel problema! Il marito si era fissato a farle concepire tanti figli perché a quei tempi più prole avevi e meno pagavi d’immondizia, anzi superando i sei figli addirittura non si pagava niente, quindi, lui ogni sera doveva accoppiarsi per forza così era sicuro che sarebbe arrivato il sesto. Maria  aveva provato a spiegargli che più figli si avevano e più costava mantenerli, ma ormai lui si era fissato su questa cosa. “Sant’ignoranza “ diceva il dottor Gandolfo, il suo ginecologo, riferendosi al marito testardo, e mentre lo diceva” tistiava”. Era da un po’ che il medico le consigliava di assumere la pillola anticoncezionale, anche di nascosto al marito, ma lei, testarda, aveva solo paura che Ugo, scoprendola, la buttasse fuori di casa. Fu’ così che “comprò” un altro bimbo. Il marito era così felice che gli sembrava di aver fatto un terno al lotto, tanto che portava il bimbo in braccio, quasi fosse un trofeo da mostrare a tutti. Un bel giorno il teorema idealizzato dal marito di Maria crollò. Difatti il Comune decise che più numeroso era il nucleo familiare e maggiore sarebbe stata la tassa da pagare per l’immondizia. E come si dice dalle nostre parti, il marito fu “curnutu e mazziato”, non dalla moglie ma dal Comune!

La zia Maria

Ogni mattina in casa Granitola al levar del sole si svolgeva un rito sempre uguale. Ma andiamo per ordine, la zia Maria, Inserra il cognome da signorina, era maritata con Francesco Granitola detto “Zù Cicciu”, Ma lei per i compaesani era più nota come Maria  ”lo baffo”, era questa l’ingiuria che le avevano appioppato, poiché da quando diventata signorina le erano spuntati dei peli in viso, dei peli? Ma che dico peli? Era proprio barba quella! Ma andiamo quindi avanti con il racconto. Ogni santa mattina la zia Maria prendeva un pentolino e metteva a scaldare un poco d’acqua, poi la versava in un “vacili” e poi cominciava a maniari u“punzeddu”, con il quale prima preparava la saponata,  e poi con lo stesso la distribuiva  sul viso. Ricordo ancora il colore rosso del barattolo del sapone da barba. A questo punto cu lu “zappunieddu” iniziava la rasatura. Sin qui tutto sommato il racconto potrebbe apparire scontato, ma invece la cosa graziosa che ti fa intenerire per il suo intrinseco gesto d’amore coniugale è che la zia Maria e lu Zù Cicciu si facevano la barba a vicenda. Essendo un gesto dopotutto intimo questa loro abitudine uscì fuori durante le chiacchiere  con i miei cugini. La zia Maria strana assai era. Quando entrava in casa nostra e mia madre la faceva accomodare, lei niente faceva? Passava la mano sul sedile della sedia come a voler togliere la polvere. A causa di questo gesto, curioso si, ma in verità infelice, per mia madre quella era una mala jurnata e chiaramente la zia le era decisamente antipatica. Del resto come darle torto, povera mamma, la zia Maria s’arricampava a casa sua e la pigliava per ingrasciata. La zia Maria  accomodatasi pretendeva che tutti i nipoti, me compresa, le dessero un bacio sulla guancia. Dopo il bacio il più delle volte noi ci passavamo la mano sul viso, come a voler togliere il senso di fastidio che ci provocava la barba della zia. Ovviamente il nostro gesto non passava inosservato e lei reagiva in malo modo e si arrabbiava tantissimo e ni vanniava “Chi vò riri ca punciu io? La varva mi la fici stamatina cu lu Zù Cicciu!”

Ma niente è casuale. Se si tiene conto che la barba è segno di mascolinità in effetti la zia Maria era quella che portava i pantaloni in casa, autoritaria verso il marito e i figli, comandava tutti a bacchetta e quando si arrabbiava con qualcuno nessuno doveva “pipitiari” sennò erano guai. Certo oggi diremmo che era una donna isterica e frustrata ma a quei tempi le si portava rispetto!

Era una casalinga e” uncinettara”, u mestulu di tutti li pignati,  tutto il giorno stava dietro le finestre del pianterreno della propria abitazione a guardare fuori e ad ascoltare tutto quello che si diceva nel suo quartiere, perché la zia era pure “sparrittiera”. Era a conoscenza di tutto, quelli della CIA a confronto erano dei dilettanti dello spionaggio.  Però vantava pure qualche virtù, in quanto faceva all’uncinetto scarpe da notte e scarpe per  neonati che erano opere d’arte e li vendeva con molta facilità alle donne.

Una cosa molto curiosa era quando lavorava “a surbizzu canciatu”, una pratica molto in uso a quei tempi, le donne si scambiavano i lavori o con altre prestazioni manuali  o con prodotti della propria terra. La zia dava le cose  che realizzava all’uncinetto  e riceveva in cambio pomodori, uova e verdure, insomma il baratto era molto in uso lì nel suo paese questo perché soldi ne giravano pochi e la miseria era veramente nera! Di recente in tv ho ascoltato un servizio dove dicevano che a causa della crisi c’è chi si sta organizzando utilizzando il sistema del baratto, magari sfruttando le potenzialità del Web e dei social network. Oggi la zia Maria sarebbe sicuramente l’amministratore di un Gruppo Facebook.

Storia triste

Quando il bambino si trovò faccia a muso col cane buffo non si chiese che razza fosse, per lui era già amore.

Al suo posto lo fecero i suoi genitori e alla risposta dell'impiegato del canile comunale che era un bastardino, chiesero se ci fosse qualche altro cane con più credenziali di quello scelto dal figlio. A quel punto il bimbo cominciò a piangere e cosa strana anche il cane buffo si mise a guaire. Quella scena impietosì i genitori che non avendo altra scelta adottarono il cagnolino, facendo felice il figlio. Potrei far finire il racconto qui e sarebbe una storia a lieto fine, ma per dovere di cronaca devo raccontare come finì per davvero.

La famiglia viveva in una casa con un piccolo giardino. Il padre comprò una cuccia e al cane non fu mai permesso di entrare in casa e come ciliegina sulla torta fu pure legato a una corda perché la madre del bimbo si lamentava che l’animale insozzava il piazzale con i suoi escrementi.

Il bimbo era molto triste, aveva immaginato di poter stare sempre col suo nuovo amico, farlo dormire nella sua stanza, ma i suoi genitori erano stati categorici: avevano acconsentito all'adozione ma alle loro severe condizioni.

Il bimbo escogitò un modo per stare col buffo cane. Aspettava che mamma e papà andassero a dormire e senza fare rumore andava a trovare il suo amico. Erano bei momenti quelli. Il cane era molto felice di vedere il suo amico, lo faceva capire scodinzolando e leccandogli la faccia.

Quando il bambino andava a scuola il cane si metteva a guaire e tirava la corda come a voler raggiungere il suo amico. Uno di quei giorni, tirò così tanto che finì per strozzarsi. La scoperta della morte del cane la fece la madre, al ritorno dalla scuola del figlio. Chiamò il marito, insieme decisero di togliere ogni traccia del cane, al figlio avrebbero detto che era scappato.

Il bambino, alla notizia della fuga del suo amico cominciò a strillare. Adesso con chi avrebbe parlato la notte? La stessa sera il bimbo decise di andare a cercare il buffo cane. Uscì da casa all'insaputa dei genitori e ancora adesso il bimbo risulta scomparso.

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INES

 

Mi chiamo Ines e sono una donna ancora piacente. Odio gli stereotipi sulle donne siciliane, quello dove dovremmo essere donne baffute, ricoperte di peli dalla testa ai piedi, scure di carnagione e di capelli. La Sicilia è stata terra di conquista, un'isola contesa dalle maggiori potenze. Varie dominazioni si sono succedute di volta in volta: dai tiranni delle colonie greche ai proconsoli romani, poi Barbari, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, i viceré spagnoli, i Borboni e i Savoia, e noi siciliani siamo il miscuglio di tutti questi domini.

Sono nata bionda e senza peli, sia in tutto il corpo sia sulla lingua. Insomma, sono una che si è sempre ribellata alle ingiustizie. A scuola difendevo le compagne derise dai maschi perché timide o brutte. I maschi non mi facevano paura; certuni erano, per stazza, il doppio della mia corporatura ma io mi buttavo a capofitto su di loro finché non mi usciva sangue dal naso, cosa che mi capitava spesso a causa della cattiva abitudine di infilarmi le dita nelle cavità nasali e scavare a più non posso! Continuavo imperterrita a dare legnate di santa ragione a chiunque osasse molestare le mie amiche. Poi, da grande, le cose sono cambiate: in peggio.

Sono nata a Palermo negli anni precedenti al boom economico. In sostanza, ho “visto” la seconda guerra mondiale da una postazione privilegiata: la pancia di mia mamma. Mia madre mi raccontava fino allo svilimento di quando gli alleati americani sfilavano per le vie di Palermo e la gente era tutta contenta come se l’Italia avesse vinto i mondiali di calcio.

In precedenza erano stati vinti almeno due volte: nel 1934 e nel 1938; in seguito, dopo che venni al mondo, la squadra di calcio italiana vinse la coppa del mondo ed io, in quel caso, c’ero in carne e ossa a festeggiare l’evento ballando sopra una vecchia Fiat 124 color carta da zucchero. Quell’anno, il 1982, l'Italia vinse il terzo alloro mondiale. Per la prima volta, le squadre partecipanti al campionato del mondo furono ventiquattro e gli Azzurri di Enzo Bearzot ebbero la meglio sulla Germania, battendola tre a uno. Veramente, non ero la sola a ballare sul tetto della macchina del mio primo marito, insieme a me c’erano altre sei ragazze tifose della Nazionale.

Tenevamo tutte la grande bandiera tricolore in mano sventolandola, saltando e gridando “Viva l’Italia”.

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L’amore ai tempi della colite

 

Palermo anni novanta del XX secolo.

Quella mattina l’anziano dottore, Gandolfo Spanò, avrebbe fatto volentieri a meno di salire a piedi quei centouno gradini, li contò mentalmente tutti, ma la sua correttezza professionale era sempre stata al primo posto nella scala dei valori e poi quello a cui doveva redigere il certificato di morte era pure un suo personale amico, quindi si mise di buona lena per scalare quella che sembrava più una montagna che il quinto piano di una casa antica.

La casa si trovava all’interno del mercato palermitano del Capo, quartiere dove era nato e cresciuto l’amico Salvatore Giuliano, banditore d’asta, morto suicida per un’asta andata a male.

Quando arrivò in cima la prima cosa che il dottore avrebbe voluto fare fu quella di piantare una piccola bandiera italiana, segno di vittoria per la riuscita dell’impresa alla sua veneranda età. L’accolsero i parenti a lutto dell’amico e la moglie del defunto lo accompagnò direttamente nella stanza da letto dove il bianco cadavere giaceva steso sul letto, cunzato dalle mani amorevoli delle nuore del banditore Salvatore Giuliano.

Il funerale si sarebbe svolto il giorno dopo e tutti i commercianti, i venditori ambulanti e gli spacciatori che affollavano di solito le vie del mercato, l’indomani in segno di lutto e di rispetto per il vecchio banditore suicida avrebbero chiuso i battenti, ma solo per il tempo del funerale, che avrebbe attraversato tutte le vie del quartiere.

Anche il dottor Gandolfo Spanò si preparò per andare al funerale dell’amico ma durante la processione del feretro verso la chiesa venne colto da un malore improvviso, così l’anziano medico morì durante la corsa verso il pronto soccorso, causa infarto.

Dopo due giorni si svolsero i funerali del vecchio dottore Spanò, amato e stimato da tutti.

Quel giorno, la vedova del medico Carmela Benincasa, venne avvicinata da un uomo conosciuto in gioventù, Armando Fiorentino, il quale dichiarò il suo amore, mai spento, alla bella Carmela.

Carmela lo allontanò minacciando di chiamare i carabinieri qualora il vecchio Armando Fiorentino non si fosse dileguato all’istante da un luogo dove si stava piangendo un morto, e che putacaso quel morto era suo marito.

«Non c’è limite alla maleducazione! E che diamine, se ne vada, o sarò costretta a chiamare i carabinieri!». L’uomo andò via e lei tutta contratta dal dolore disse che i pazzi dovevano stare in manicomio e non liberi di importunare le persone normali, ma Carmela non si era resa conto che l’uomo che l’aveva appena avvicinata non era altri che il suo primo amore, risalente a ben 53 anni prima, anzi, precisamente: 53 anni, 7 mesi e 11 giorni, notti comprese. 

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L'eredità insanguinata

 

17 giugno 1959

Il treno proveniente da Agrigento si era fermato alla stazione di Roccabusambra; dal mezzo era sceso un unico passeggero: un uomo con indosso una divisa e tre valigie al seguito, era il maresciallo Pietro Tarallo. Dopo aver osservato il treno ripartire per la sua destinazione finale, Palermo, si era guardato attorno e l’unico essere vivente nel circondario era un cane spaparanzato al sole di giugno; l’animale lo stava squadrando, muovendo la coda in segno di amicizia, senza spostarsi di un solo millimetro dalla sua postazione di beatitudine. Il giovane maresciallo si pentì subito di non aver annunciato il suo arrivo ma non aveva minimamente pensato di trovare il nulla attorno alla stazione, si tolse il berretto a visiera e si asciugò con un fazzoletto di stoffa, con le sue iniziali ricamate a mano da sua madre, il sudore che stava cominciando a colare dalla fronte. Trovò una cabina telefonica fuori la stazione e dopo aver infilato il gettone nell’apposita fessura, compose il numero della caserma di Roccabusambra.

Aspettò qualche minuto prima che qualcuno si decidesse a rispondere al telefono.

Dopo aver terminato la conversazione con l’interlocutore dall’altra parte dell’apparecchio, infilò la mano nella tasca destra interna della divisa e prese altri gettoni per avvisare la sua famiglia di essere arrivato sano e salvo a destinazione.

Aveva speso 300 lire per comprare dieci gettoni telefonici alla stazione di Aragona.

Certo, prendere servizio nel giorno più sfortunato del mese non era la sua massima aspirazione, avrebbe potuto ritardare di un giorno ma quella stessa mattina avevano telefonato da Roccabusambra perché avevano trovato una donna priva di vita all’interno della sua abitazione e quindi c’era bisogno di lui. Pietro aveva messo in valigia un certo quantitativo di peperoncino che sarebbe servito sia per la preparazione degli spaghetti aglio e olio di cui era ghiotto sia per appenderli nel suo alloggio contro il malocchio. In tasca teneva sempre un cornetto portafortuna, gliel’aveva regalato sua madre quando era partito per fare il militare. Pietro non era superstizioso ma per ragioni che nemmeno lui sapeva spiegare evitava di fare cose importanti nel giorno diciassette.

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Matello

 

Andrea

Ho conosciuto il mio primo ragazzo quando eravamo bambini. Era un biondino molto carino di quelli che tutte le ragazze amano segretamente. Abitava dietro l'angolo di casa mia e lo guardavo andare a scuola ogni giorno. Ci siamo fidanzati quando ho compiuto sedici anni e la nostra storia è durata fino a quando non ci siamo diplomati. La relazione non è mai stata gratificante, ma suppongo che quando non sai nient'altro o non puoi fare paragoni con altri pensi di avere tra le mani il meglio. Era un bel ragazzo, ma grezzo, molto timido e introverso oltre ad essere molto complessato. Ha imparato a essere duro da suo padre, ma in eredità ha ricevuto dalla madre la sottomissione così tanto “cara” alle donne siciliane. Nonostante tutto ciò mi è piaciuto. Le sue labbra erano piene e odorava di cannella. La sua pelle era color caramello e le sue guance arrossavano al minimo sforzo. Le sue braccia erano forti, le sue mani erano dure e callose, il suo respiro era fresco. Aveva il pene più bello che io abbia mai visto o forse è solo il ricordo della mia prima volta che me lo fa ricordare così. Ho cominciato a corteggiarlo mentre studiavamo entrambi al Liceo Garibaldi e molte volte sono stato tentato di essergli infedele. C'era nella mia classe un ragazzo ancora più carino del mio ragazzo: scuro, alto, con le labbra sempre umide che mi facevano sciogliere al solo pensiero. 

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